Tassi di mercato in rialzo: in vista conto da 4 miliardi per i debiti degli italiani
Credito. Il rialzo dei tassi di mercato che anticipa la attesa stretta Bce sta già colpendo imprese e famiglie. In Europa conto da 20 a 35 miliardi
Vito Lops
Una stangata fino a 4 miliardi per famiglie e imprese italiane. E un conto ben più salato, tra 20 e 35 miliardi, per l’intera area euro. È un effetto già in corso: il rialzo dei tassi di mercato sta anticipando la prossima fase della politica monetaria e si sta già trasferendo sull’economia reale.
Il mercato, come spesso accade, si muove prima delle banche centrali. E questa volta lo ha fatto con decisione. Mentre la Banca centrale europea in settimana ha lasciato i tassi ufficiali invariati (con il tasso sui depositi fermo al 2%), sono già i rendimenti obbligazionari, i tassi swap e i tassi interbancari a segnalare una nuova fase di restrizione, alimentata dalle tensioni geopolitiche e dal rischio di un’inflazione più persistente.
Il segnale è evidente lungo tutta la curva. I rendimenti dei titoli di Stato tedeschi sono saliti rapidamente: il biennale è aumentato di circa 60 punti base dai minimi recenti (portandosi al 2,65%), mentre il trentennale si è mosso di circa 30 punti base (superando la soglia del 3,5%). Un movimento che riflette un cambiamento nelle aspettative sui tassi e che si sta trasmettendo direttamente al costo del credito allo sportello bancario.
Anche il mercato monetario sta già incorporando questo scenario di drenaggio della liquidità. L’Euribor a 3 mesi ha archiviato il mese di aprile al 2,17%, ma le attese indicano già un rialzo al 2,67% entro dicembre 2026 e al 2,71% nella primavera 2027. In altre parole, il mercato sconta circa 50 punti base in più nel giro di pochi trimestri. Sulle scadenze più lunghe, le attese arrivano fino al 2,96% nell’aprile 2031, quasi 80 punti base sopra i livelli attuali.
Sul lato dei tassi a lungo termine, i tassi swap confermano la stessa dinamica. L’Irs a 20 anni, riferimento per il costo del credito a lungo termine, è salito al 3,27% ad aprile 2026, contro il minimo del 2,41% di febbraio 2025. Un aumento di circa 86 punti base che riflette il riprezzamento del rischio lungo tutta la curva. Il risultato è chiaro: la stretta è già nei prezzi di mercato.
L’impatto riguarda l’intero sistema del credito. Per le famiglie, la trasmissione avviene attraverso i mutui a tasso variabile e attraverso il costo dei nuovi finanziamenti. Per le imprese, l’effetto è ancora più rapido dato che una quota rilevante del debito corporate è a breve termine, indicizzata o soggetta a rinnovo frequente, e quindi reagisce quasi in tempo reale ai movimenti dei tassi.
In Italia, la componente direttamente esposta esiste ed è rilevante. Secondo i dati disponibili nelle statistiche di Bce e Banca d’Italia, la quota di mutui a tasso variabile si colloca intorno al 25-30% dello stock complessivo. Questo significa che circa un quarto delle famiglie sta subendo un impatto immediato, mentre le altre verranno coinvolte progressivamente.
Il rischio più sottovalutato riguarda proprio i nuovi prestiti. Chi oggi stipula un finanziamento a tasso fisso tende a percepirlo come una protezione, ma in realtà sta cristallizzando per i prossimi anni tassi che già incorporano uno scenario di tensione geopolitica, complice un prezzo del petrolio che fa fatica a scendere sotto la soglia dei 100 dollari al barile. Anche se le tensioni in Medio Oriente dovessero rientrare, il costo del finanziamento resterebbe ancorato ai livelli odierni. E guardando alla dinamica delle materie prime, tutte in rialzo, uno scenario di tassi significativamente più bassi rispetto a quelli già scontati dal mercato appare poco probabile.
Lo scenario è talmente complicato che anche l’amletica scelta tra rata fissa e variabile sembra neutralizzarsi, in una sorta di pareggio.
«La differenza tra rata variabile e rata fissa è destinata a ridursi, visto l’andamento previsto al rialzo dell’Euribor 3 mesi, fino ad azzerarsi del tutto entro fine anno – spiega Stefano Rossini, ad di MutuiSupermarket.it –. Inoltre, la rata variabile di un mutuo acceso a gennaio 2025, dopo aver beneficiato della discesa dell’Euribor ed essersi ridotta di quasi il 9% rispetto al livello iniziale, tornerà entro fine 2026 sui valori di partenza di gennaio 2025».
Queste dinamiche si innestano su una massa di debito molto ampia. Nell’area euro, i prestiti bancari a famiglie e imprese superano i 12 mila miliardi di euro. In Italia, il totale è di circa 1.200 miliardi, distribuiti quasi in misura uguale tra famiglie e imprese.
Una parte significativa di questo debito, in particolare quello corporate, si adegua nel giro di pochi trimestri. Nell’arco di 12-24 mesi è realistico stimare che tra il 25% e il 50% dello stock venga progressivamente ri-prezzato.
Applicando un aumento medio di circa 60 punti base a questa quota, il conto diventa concreto. In Europa, l’aggravio annuo per interessi si colloca tra 20 e 35 miliardi. In Italia, la stangata arriva fino a 4 miliardi l’anno.
È una tassa invisibile, che nasce nei mercati finanziari e si accumula nel tempo. Il costo del credito si adegua progressivamente, man mano che i prestiti vengono rinnovati o sostituiti. Difatti, questa pressione si traduce in una sottrazione di liquidità dal sistema economico: risorse che non vengono più destinate a consumi, investimenti o crescita, ma assorbite dal maggior costo del denaro.
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