Gli effetti del caro-spread per famiglie, imprese e Stato

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Gli effetti del caro-spread per famiglie, imprese e Stato
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Il Sole 24 Ore

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Che cosa succede se, come si è visto ieri sul mercato, il rendimento del BTp a 10 anni arriva al 6%? Come cambia la vita per le casse statali, le famiglie, le imprese? Se si parla di effetti per il Tesoro italiano, va detto che la soglia è puramente psicologica. E il Paese l’ha sostenuta, seppur faticosamente, per ben due mesi, tra novembre e gennaio scorso, quando i rendimenti scalarono anche il picco del 7%. E ancor prima nell’agosto 2011, quando poi iniziarono gli acquisti della Bce sul mercato secondario. Rischi autentici, insomma, non ne esistono. A patto però che l’incremento sia temporaneo. Secondo le verifiche effettuate dal ministero del Tesoro a marzo, quando lo spread però aveva toccato un minimo di 280 punti base (con il decennale a quota 4,84%), un aumento permanente di un punto percentuale delle curve dei rendimenti avrebbe comportato infatti un impatto sul debito di 0,19 punti di Pil il primo anno, 0,36 punti il secondo, 0,44 il terzo, fino a toccare 0,54 punti di Pil nel quarto. Insomma, la differenza c’è e non può essere trascurata.

Ma che cosa cambia invece per le famiglie e le imprese? Quando facciamo riferimento ai mutui alle famiglie, va segnalato che il legame tra movimento dello spread BTp-Bund e costo del prestito (a tasso variabile, ovviamente) non è automatico. Anzi: solitamente passano due o tre mesi prima che le banche adeguino i tassi applicati alle nuove condizioni di mercato. Si dirà: l’attuale aumento delle tensioni sull’Eurozona non può che rendere più probabile un abbassamento del corso del denaro, oggi fermo all’1%. E quindi è probabile un raffreddamento dei tassi finali. Tutto vero. Ma solo in parte. Perchè le banche, da parte loro, potrebbero alzare (e lo stanno già facendo) gli spread applicati sui mutui alla clientela per compensare il maggior costo sostenuto sul mercato dei capitali, dove la raccolta si fa sempre più costosa. Basta guardare i numeri: nel corso dell’ultimo anno l’euribor a 3 mesi si è più che dimezzato (da 1,4% del maggio 2011 allo 0,67% attuale) mentre lo spread applicato dalle banche sull’euribor stesso è quasi raddoppiato, passando dall’1,5% del maggio scorso al 2,8% attuale, secondo le rilevazioni di Mutuionline. E per le imprese? Anche qui la musica non cambia. Perchè i costi prima o poi si riversano a valle, sulla clientela. Secondo i calcoli del Sole 24 Ore, infatti, l’extra costo per gli interessi varrà almeno 1,6 miliardi sui 100 miliardi di prestiti in scadenza nel 2012.

Rischio stretta sui mutui ma rincari sulla rata non immediati

Il rialzo dei rendimenti sui BTp, saliti al 6% all’asta sui decennali di ieri, rischia di condizionare l’offerta di mutui alle famiglie

Il mercato è già piuttosto asfittico. La forte tensione sul "rischio Italia" della seconda metà dell’anno scorso ha avuto infatti ripercussioni pesanti sullo "spread" chiesto dalle banche alla clientela, ossia la percentuale che, insieme ai tassi Euribor (per i mutui a tasso variabile) e Irs (per quelli a tasso fisso), determina la rata che il cliente deve corrispondere. Se l’anno scorso lo spread su un mutuo ventennale era in media sotto l’1,5%, oggi è intorno al 3. Nei primi mesi del 2012 peraltro, grazie al miglior clima sui mercati finanziari, su questo fronte si era visto qualche segnale di miglioramento. «Alcuni istituti di credito – segnala Stefano Rossini, ad di MutuiSupermarket – avevano cominciato ad abbassare timidamente le rate alla clientela. In particolare Cariparma, WeBank e Intesa Sanpaolo». Se si prende come esempio un prestito ventennale da 100mila euro, gli spread sono passati, da febbraio a maggio, da 3,70 a 3,30 nel caso del tasso fisso, e dal 3,60 al 3,16 nel caso del variabile stando alle rivelazioni di Mutuionline. Un fenomeno che, combinato con il netto abbassamento dei tassi Irs e Euribor, aveva permesso un certo alleggerimento delle rate sui mutui.

Le nuove tensioni dul debito italiano degli ultimi due mesi hanno tuttavia cambiato le carte in tavola.«Le banche aspettano di capire come evolverà la situazione – spiega Roberto Anedda, direttore marketing di Mutuionline – in attesa prevale la prudenza. È chiaro comunque che se il quadro dovesse aggravarsi, gli istituti di credito saranno costretti a una stretta».

C’è da dire che la correlazione tra il differenziale di rendimento Bund-BTp e gli spread applicati dalle banche sui mutui non è automatica. I primi effetti normalmente si vedono dal trimestre successivo con una trasmissione quasi completa nell’arco di tre trimestri. Gli addetti ai lavori quindi non si aspettano un aumento degli spread sui mutui nel breve periodo. Maovviamente il processo di riduzione del costo del credito alle famiglie a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi è destinato a fermarsi. Se le tensioni sui titoli italiani dovessero continuare ancora a lungo poi, non è escluso un ritocco all’insù della rata. Mutuionline ha fatto una simulazione prendendo in esame un mutuo ventennale da 100mila euro a tasso variabile. Con l’offerta migliore sul mercato (tasso al 3,27%) un cliente paga oggi una rata mensile di 568 euro. Cifra che salirebbe a 594, nel caso di un aumento dello 0,5% dello spread e a 620 euro nel caso di un punto percentuale.

Non si esclude poi che le banche agiscano anche su un altro fronte. Ossia inaspriscano ulteriormente le condizioni di accesso al credito per le famiglie. Cosa che hanno già fatto in questi mesi: l’ultimo bollettino della Banca d’Italia segnala infatti criteri più restrittivi sulla durata dei finanziamenti o il rapporto tra il valore del prestito e delle garanzie. La percentuale massima dell’immobile finanziato (ad oggi tra 60 e il 70% del valore dell’immobile) si è ridotta in un anno del 5-6% secondo Mutuionline.

Tassi in rialzo dell’1% pesano per lo 0,19% del Pil nel primo anno

I rendimenti dei BTp in asta ieri sono schizzati all’insù rispetto all’emissione di aprile: il quinquennale è salito di 80 centesimi, il decennale di 37. Questo aumento dei tassi d’interesse pagati dal Tesoro ha fatto salire di 7 centesimi il costo medio all’emissione di quest’anno: dal 3,08% registrato fino all’asta dei BoT di martedì, al 3,15% ieri, stando al calcolo degli operatori di mercato. I rendimenti di assegnazione nelle aste italiane del primo trimestre dell’anno sono stati contenuti, anche grazie all’impatto del secondo prestito LTRO triennale della Bce che ha aumentato gli acquisti da parte delle banche: questo "cuscinetto" consente dunque di assorbire, temporaneamente, il recente rincaro del costo della raccolta per l’Italia.

La vita media del debito pubblico, e soprattutto la durata finanziaria (che tiene conto del pagamento delle cedole), consentono di spalmare negli anni l’impatto negativo dovuto a un aumento dei tassi d’interesse e dei costi di rifinanziamento del debito. Il Def (Documento di economia e finanza - programma di stabilità) ha rilevato, dalle ultime verifiche effettuate lo scorso marzo, come «un aumento istantaneo e permanente dell’1% delle curve dei rendimenti corrisponda a un impatto sull’onere del debito di 0,19 punti di Pil nel primo anno, 0,36 punti nel secondo, 0,44 nel terzo e 0,54 nel quarto. Tale incremento – stando al Def – si trasferisce interamente sul costo del debito dopo 5,81 anni».

Anche la Banca d’Italia elabora spesso questo calcolo. Nell’ultima pubblicazione sulla Stabilità finanziaria dello scorso aprile, ha calcolato che «data l’attuale vita media residua del debito pubblico italiano, un aumento (calo) di un punto percentuale dei tassi di mercato accresce (riduce) l’onere medio del debito di 0,2 punti nel primo anno, 0,3 nel secondo, 0,4 nel terzo» mentre il completo allineamento dell’onere del debito al nuovo livello dei tassi può avvenire in circa dieci anni. Nel rapporto precedente, risalente al novembre 2011, la Banca d’Italia ha effettuato una simile analisi, questa volta sulla spesa per interessi in rapporto al Pil e non come onere medio: «un aumento di un punto percentuale dei tassi aumenta la spesa per interessi dello 0,2% del Pil nel primo anno, dello 0,4 nel secondo e dello 0,5 nel terzo; la gradualità dell’impatto riflette l’elevata vita media residua dei titoli di Stato (oltre sette anni) e la limitata incidenza di titoli a tasso variabile ».La differenza delle due valutazioni di Via Nazionale è dovuta al diverso denominatore.

I mercati tuttavia guardano con grande attenzione al rendimento assoluto dei titoli di Stato. Come quel 6,03% dei BTp decennali. E molti investitori si fanno condizionare dalle simulazioni, sempre più ricorrenti da parte di economisti e strategist, che mettono alla prova la sostenibilità complessiva del debito pubblico italiano, a fronte di una crescita bassa o inesistente e rendimenti in risalita. Ecco allora che il 6%, come anche il 7% e l’8%, al di là delle considerazioni tecniche sulla vita media del debito pubblico, aggravano la percezione del rischio- Italia come pure "soglie psicologiche".

L’extra costo sugli interessi è valutato 1,6 miliardi nel 2012

La tregua è finita. Ormai da due mesi. Da quando lo spread italiano si è rimesso a correre. Ed è tornato a salire verso l’alto, paradossalmente, due settimane dopo la seconda poderosa iniezione di liquidità della Bce
alle banche europee, italiane e spagnole in testa. E per chi si aspettava che la sola Bce potesse ridare ossigeno non solo alle banche, ma per questa via anche all’economia reale, la disillusione è forte. Ma era prevedibile che la ricetta non potesse funzionare. Quei soldi all’1% le banche le hanno usate per salvare sè stesse.

Pressochè tutte le risorse sono servite a ricomprare i propri bond e i titoli di Stato. Da dicembre, cioè dalla prima operazione di rifinanziamento a fine marzo, come documenta Banca d’Italia, il sistema bancario italiano si è imbottito di Btp e consimili per la bellezza di 81 miliardi e di obbligazioni bancarie per 56 miliardi. Quasi 140 miliardi sono finiti lì a sorreggere lo spread dei governativi e a dare fiato ai bilanci. Peccato che ora i maxi-acquisti sortiscano quasi un effetto boomerang. Con lo spread tornato a salire, le quotazioni di quei titoli hanno perso valore. Ma non solo.

Prestiti in calo di 31 miliardi

Le banche hanno continuato di fatto a tenere il braccino corto nei confronti delle imprese. Mentre si imbottivano di titoli sul fronte dei prestiti era calma piatta. È ancora Bankitalia a documentare il gelo del credit crunch: lo stock di prestiti alle imprese è sceso a 884 miliardi dai 915 miliardi di fine novembre. Dal picco della crisi dell’inverno scorso sono venuti a mancare al sistema delle imprese ben 31 miliardi. Ma quella restrizione è figlia sia di condizioni peggiori sul lato dell’offerta che della domanda.

La crisi attuale con l’incubo della Grecia e le implosioni bancarie in Spagna rischia di essere più grave di quella appena trascorsa sul finire del 2011. Con lo spread di nuovo verso quota 500 punti sul Bund tedeschi i tassi applicati ai nuovi prestiti tornano a essere simili all’inverno scorso.

Tassi finiti medi al 7%

Con tassi finiti medi che veleggiano oggi al7% per prestiti a breve. Quel 7% è una media ovviamente che cela realtà le più variegate. Si va da tassi finiti tra il 2,2 e il 4% per la grande impresa con alto rating creditizio al 5-6% per la media impresa in buone condizioni finanziarie, fino al 10% per la micro-impresa con basso merito creditizio. Ovvio che con questi livelli di interesse sul nuovo debito chi può rimanda. Le condizioni così onerose sui tassi allontanano domanda potenziale, il che spiega la forte frenata (quei 31 miliardi) dello stock d’impieghi alle imprese. Questa stretta creditizia rischia di non essere episodica e comporta già un costo aggiuntivo. Quel costo è difficilmente quantificabile ma qualche stima approssimativa è possibile farla. Rispetto a due mesi fa, su un nuovo prestito da un milione di euro ai tassi attuali una mediai mpresa avrà interessi aggiuntivi per almeno 16mila euro. È un aggravio dell’1,6% a 12mesi. Che a 5 anni diventa un peso rilevante. E quel tasso finito al 7% sui 100 e passa miliardi di prestiti da rifinanziare nel 2012 vale 7 miliardi di spesa per interessi. Questo il fardello sulle spalle delle imprese.

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