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BCE, tassi fermi a ottobre: l’inflazione corre al 3,8%, ma Francoforte aspetta

riunione bce 29 ottobre 2026

Il 29 ottobre il Consiglio Direttivo della BCE ha deciso di lasciare i tassi invariati. Il tasso sui depositi resta al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65%, quello sui prestiti marginali al 2,90% – i livelli fissati con il secondo rialzo di settembre.

La notizia, stavolta, è tutta nel contrasto: la BCE si ferma proprio mentre l’inflazione accelera con forza. Capire perché è la chiave per leggere i prossimi mesi.

Un’inflazione che riaccelera – ma soprattutto sull’energia

A settembre l’inflazione dell’area euro è balzata al 3,8%, dal 3,2% di agosto. Il motore è quasi tutto energetico: l’inflazione sull’energia è salita al +18,9% (dal 14,3%), con diesel e benzina a nuovi picchi, complici i margini di raffinazione elevati. I prezzi dell’energia sono andati oltre il percorso che le stesse proiezioni BCE di settembre avevano ipotizzato.

Il resto del paniere si muove molto meno. L’inflazione core (esclusa l’energia) è salita solo lievemente, al 2,3%, i servizi al 3,2%, gli alimentari all’1,3%. È una distinzione cruciale: l’impennata è concentrata su una componente, l’energia, che per sua natura è volatile e, nelle attese della BCE, temporanea.

Perché la BCE non ha alzato (pur potendo)

Con l’inflazione in corsa, un rialzo sarebbe stato la mossa istintiva. In conferenza stampa Lagarde ha confermato che l’ipotesi è stata discussa: le condizioni per stringere, sulla carta, c’erano. Due cose erano cambiate da settembre: i prezzi dell’energia (con la conseguente spinta sull’inflazione energetica) e il costo del credito a lungo termine, salito di circa 35 punti base.

Ed è proprio il secondo punto a spiegare la pausa. Quell’aumento dei tassi a lungo termine significa che le condizioni finanziarie si sono già inasprite in autonomia, senza bisogno di un intervento della banca centrale. In pratica, il mercato ha già fatto una parte del lavoro restrittivo che avrebbe fatto un rialzo: alzare i tassi ufficiali, oggi, sarebbe in parte ridondante. Lo statement lo dice senza giri di parole: le condizioni finanziarie più strette peseranno su inflazione e crescita.

Il secondo pilastro della decisione è l’inflazione di fondo. Nonostante lo strappo dell’energia, l’underlying inflation è rimasta stabile: ed è quella, non il dato headline gonfiato dai carburanti, la lancetta sulla bussola che guida la politica monetaria. Finché l’inflazione di fondo tiene, la BCE può permettersi di “guardare oltre” il picco energetico e mantenere quello che Lagarde ha definito un approccio misurato.

Effetti di secondo round: salgono, ma restano nel previsto

La domanda centrale della conferenza stampa è arrivata qui: per la prima volta si parla di un rischio concreto di effetti di secondo round – dobbiamo aspettarci un rialzo a dicembre?

La risposta di Lagarde è stata netta nella sostanza. Gli effetti di secondo round (il meccanismo per cui l’inflazione si trasmette ai salari e da lì di nuovo ai prezzi) sono effettivamente aumentati, e restano un elemento sotto osservazione stretta. Ma non emergono rischi ulteriori rispetto a quelli già incorporati nelle proiezioni di settembre. In altre parole: il fenomeno c’è, è monitorato, ma rientra ancora nel quadro già messo in conto.

A sostegno, i dati salariali restano tranquilli. Le retribuzioni per dipendente sono cresciute del 3,3% nel secondo trimestre, in rallentamento dal 3,6% del primo. Il wage tracker della BCE prevede salari negoziati tra il 2,5% e il 2,8% negli ultimi mesi del 2026 e una media del 2,6% nei primi tre trimestri del 2027, ele aspettative di inflazione a lungo termine restano ancorate intorno al 2%. È il motivo per cui Lagarde non ha voluto anticipare alcuna mossa per dicembre.

Tutto rimandato a dicembre

La riunione del 29 ottobre si chiude quindi con un rinvio esplicito. Da qui a dicembre la BCE riceverà una mole consistente di dati su cui basare la prossima decisione: un nuovo set di proiezioni macroeconomiche dello staff, due nuove letture dell’inflazione, due sull’occupazione, i report aggiornati sui tassi e, probabilmente, un nuovo set di scenari.

È lo stesso schema già visto a luglio, quando la BCE si era fermata rinviando a settembre: anche allora la decisione vera era stata spostata alla riunione con le proiezioni complete. E a settembre, puntuale, il rialzo era arrivato. Il che rende dicembre l’appuntamento da cerchiare in rosso: la pausa di oggi non è segnale della fine del ciclo.

Cosa cambia per i mutui

Per chi ha un mutuo a tasso fisso, la pausa non produce effetti sulla rata, che resta bloccata. C’è però un dato che riguarda da vicino chi sta per scegliere: i tassi a lungo termine, quelli su cui si basa il fisso, sono saliti di circa 35 punti base dall’ultima riunione, e lo si vede nei listini. È la stessa dinamica che racconta l’IRS, il parametro di riferimento del fisso, in salita costante da mesi. Le banche italiane continuano ad assorbire parte della pressione con spread contenuti, ma la finestra delle offerte più aggressive tende a restringersi a ogni rialzo dei tassi di mercato.

Per chi ha un mutuo a tasso variabile, la pausa BCE si traduce in una pausa sull’Euribor, che dovrebbe stabilizzarsi sui livelli attuali nelle prossime settimane. Attenzione però: il mercato continua a prezzare ulteriori rialzi nel 2027, e la decisione di oggi non cambia quella traiettoria di fondo. Chi valuta un variabile oggi gode ancora di un vantaggio di rata iniziale, ma su un orizzonte in cui il rischio di rialzo resta concreto.

I dati BCE confermano il quadro: i tassi sui mutui dell’area euro sono saliti al 3,6% ad agosto, e la domanda di nuovi mutui è calata in modo marcato proprio per effetto dei tassi più alti.

Per simulare l’impatto sulla propria rata in base alle ultime proiezioni Euribor disponibili, è disponibile il Calcolatore di simulazione rata mutuo a tasso variabile di MutuiSupermarket. I consulenti sono disponibili per un’analisi personalizzata, gratuita e senza impegno.

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